GIANGIACOMO BRAVO
Dai pascoli a internet.
La teoria delle risorse comuni
1. Introduzione
Ogni individuo trascorre la sua esistenza circondato da risorse
che condivide e sfrutta insieme ad altri esseri umani e a volte
piante e animali. L'acqua, l'atmosfera, i parcheggi in città, le
autostrade, la rete di internet sono alcuni tra i molti possibili
esempi di beni abitualmente utilizzati in comune, rispetto ai
quali si registrano per motivi diversi difficoltà di esclusione
e il cui «consumo» da parte di un attore riduce le possibilità
di fruizione da parte degli altri: beni denominati risorse comuni
o commons (E. Ostrom 1990, 30).
Ad esempio, i parcheggi in centro a una grande città
rappresentano una risorsa comune costituita da n posti dispo-
nibili, dove i potenziali utilizzatori sono tutti i possessori di
automobile interessati a parcheggiare nell'area in un determinato
momento1. Poiché ogni guidatore lasciando il proprio mezzo
occupa un posto che non è più disponibile per gli altri, la risorsa
viene così ridotta di un'unità. Non solo, ma i costi da sostenere
per parcheggiare (tempo di ricerca del posto, consumo di
carburante, inquinamento atmosferico e acustico) aumentano al
crescere del numero di posti occupati. La risorsa si deteriora
quindi gradualmente, fino ad esaurirsi quando tutte le n unità
di cui è composta sono occupate.
Un secondo esempio, di diversa natura, consiste in un'area
di pesca oceanica. La risorsa è costituita in questo caso dai
1 Per rendere «interessante» il caso è necessario ipotizzare che il numero degli
utilizzatori sia maggiore o, per lo meno, vicino a n. In altri termini che la risorsa
«parcheggi» sia scarsa, come peraltro avviene quasi sempre nelle metropoli contempo-
ranee.
STATO E MERCATO / n. 63, dicembre 2001
488 Giangiacomo Bravo
banchi di pesce di interesse commerciale mentre gli utilizzatori
sono i proprietari di pescherecci che operano nell'area. Anche
in questo caso ogni attore, perseguendo il proprio interesse,
sottrae unità alla risorsa, unità che non potranno più essere
«consumate» da altri. Se il prelievo dalla risorsa i.e. le quantità
di pesce pescato è eccessivo rispetto alla sua naturale capacità
di rigenerarsi essa verrà deteriorata e, al limite, distrutta.
Parcheggi e aree di pesca sono solo due tra i casi studiati
da una vasta letteratura che include ambiti eterogenei: dai
commons alpini a quelli urbani, dalle situazioni agricolo-pastorali
tradizionali ai problemi legati all'utilizzazione di internet, dalle
micro-situazioni locali alle risorse globali. La base comune di
dialogo non riguarda quindi il campo specifico di applicazione
quanto l'uso di modelli di riferimento coerenti, modelli raggrup-
pati dallo schema generale costituito dalla «teoria dei commons».
2. Definire le risorse comuni
Se gli esempi possono permettere di costruirsi un'idea del
significato dell'espressione risorse comuni, al fine di utilizzarla
quale categoria analitica occorre meglio denotare le caratteristi-
che che accomunano i diversi casi citati. Poiché non è possibile
escludere alcun attore dal loro consumo, essi non possono essere
considerati beni privati; non rientrano, però, neanche nella
categoria dei beni pubblici poiché, se così fossero, l'utilizzazione
da parte di un individuo sarebbe, per definizione, indifferente
rispetto alla loro fruizione da parte di altri attori interessati. Si
tratta quindi di un concetto che condivide alcune caratteristiche
con entrambi i tipi di beni. Esso si riferisce a ogni risorsa,
naturale o artificiale, sfruttata in comune da più utilizzatori, dove
i processi di esclusione dall'uso dei potenziali beneficiari sono
difficili e/o costosi, anche se non necessariamente impossibili,
e che viene denotato con l'appellativo di risorse comuni)2 (E.
Ostrom 1990, 30).
2 Con tale espressione traduco l'originale inglese Common-Pool Resources (CPRs o
commons). Alternative possibili sono «risorse collettive» o anche «proprietà collettive
a gestione comunitaria». Ad esse preferisco «risorse comuni», nonostante alcune
potenziali ambiguità con il linguaggio giuridico italiano, per la sua aderenza con
l'espressione originale e il richiamo diretto sia al valore economico, sia alla comunità
degli utilizzatori. Ringrazio Filippo Sabetti McGill University, Montreal e Roberto
Zoboli IDSE-CNR per lo scambio di idee avuto in proposito.
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 489
Concetti collegati al precedente sono quelli di utilizzatori
(appropriators), che include il gruppo di attori che hanno accesso
alla risorsa in oggetto, e di utilizzazione o sfruttamento (appro-
priation), che riguarda il processo di sottrazione da essa di unità
di valore. L'espressione risorsa comune si riferisce quindi a
sistemi di risorse che sono (1) sottraibili, (2) sfruttate in comune
da un gruppo di utilizzatori e (3) i cui confini presentano dei
problemi di definizione alla luce degli schemi istituzionali
esistenti (Ostrom-Gardner-Walker 1994, 4).
Le risorse comuni, pur presentando tratti che a volte le
avvicinano ad altri tipi di beni, si distinguono da essi tanto
concettualmente quanto per i problemi che pongono ai loro
utilizzatori. All'interno della teoria dei commons viene utilizzata
una classificazione dei beni in quattro categorie, costruite tramite
l'incrocio di due variabili centrate sulla determinazione del
rapporto tra bene e utilizzatori: la difficoltà di esclusione di un
individuo dalla fruizione del bene (escludibilità) e il fatto che
il suo consumo da parte di un attore riduca o meno le possibilità
di consumo degli altri (sottraibilità) (V. Ostrom e E. Ostrom
1977; Ostrom-Gardner-Walker 1994). I beni pubblici per
definizione non escludibili e non sottraibili costituiscono uno
dei poli della tipologia presentata, mentre al polo opposto si
collocano i beni privati. Due casi intermedi sono i beni di club
(toll goods3), caratterizzati da bassa sottraibilità e da facilità di
esclusione, e le risorse comuni con difficoltà di esclusione alta
e sottraibilità elevata. Da notare che non si tratta qui di categorie
assolute, quanto di un «territorio» o se si preferisce di un
piano cartesiano sul quale possono essere collocati i diversi tipi
di beni reali a seconda delle loro caratteristiche, con ai poli i
tipi puri, empiricamente difficili, anche se non necessariamente
impossibili, da identificare.
Il quadrante in alto a sinistra della figura 1 comprende
l'insieme dei beni pubblici, quello in basso a destra i beni privati,
tra i due poli con caratteri opposti si collocano le risorse comuni
e i beni di club. Le risorse comuni possiedono caratteri simili
ai beni privati per quanto riguarda la concorrenza nel consumo
e ai beni pubblici riguardo la difficoltà di escludere attori dalla
loro fruizione. Di conseguenza, esse condividono con i primi
3 L'espressione toll goods viene di norma tradotta in italiano con beni di club, anche
se non tutta l'ampia letteratura esistente sull'argomento ne analizza i caratteri in base
allo schema proposto.
490 Giangiacomo Bravo
SOTTRABILITÀ
Bassa Alta
Difficile Beni pubblici Risorse comuni
ESCLUDIBILITÀ
Facile Beni di club (toll goods) Beni privati
FIG. 1. Classificazione generale dei beni.
Fonte: Ostrom-Gardner-Walker 1994, 7.
i problemi legati alla loro utilizzazione e con i secondi quelli
connessi con la loro fornitura o manutenzione.
I problemi legati allo sfruttamento della risorsa (appropriation
problem) si accentrano intorno al raggiungimento di un accordo
per limitare i prelievi a un livello che massimizzi l'utilità presente
dei partecipanti senza comprometterne le possibilità di utiliz-
zazione futura. Poiché tale definizione è parallela a quella di
«sviluppo sostenibile»4 fornita nel Rapporto Brundtland (1988),
spesso viene utilizzata l'espressione «sfruttamento sostenibile» di
una risorsa per intendere dei livelli di prelievo tali da non
compromettere future utilizzazioni della medesima. In termini
economici, si tratta di stabilire un livello di prelievo che si
dimostri individualmente efficiente tenendo conto di tutte le
esternalità prodotte e assumendo dei ridotti tassi di svalutazione
del tempo dei partecipanti. Nel caso di risorse rinnovabili la
somma di tutti i prelievi individuali non dovrebbe tipicamente
superare il tasso di rigenerazione esistente. Più complesso è
determinare in astratto il tasso di sfruttamento ottimale di una
risorsa non rinnovabile (dove, per definizione, ogni prelievo
diminuisce in modo irreversibile lo stock esistente), i cui livelli
varieranno a seconda dei tassi di svalutazione del tempo dei
partecipanti e della loro dipendenza da essa.
Il problema legato ai caratteri di bene pubblico assunti dalla
risorsa comune riguarda il suo mantenimento o la sua fornitura
(provision problem). In molti casi adeguate operazioni di manteni-
mento svolgono un ruolo centrale nell'uso sostenibile della risorsa.
Ciò si può tradurre in compiti di diversa natura, dalla manutenzio-
ne dei canali in un sistema di irrigazione ai controlli sulla stabilità
4 «Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente
senza compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare i propri»
(Rapporto Brundtland 1988).
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 491
di un ponte, alla depurazione delle acque immesse in un fiume o
lago. Il fattore che accomuna casi fisicamente dissimili è il costo che
i partecipanti devono sostenere per effettuare tali operazioni. Dati
i suoi caratteri di bene pubblico, è spesso difficile o impossibile
escludere i non contribuenti dal beneficio della risorsa5. Il
mantenimento di una risorsa comune pone quindi dei dilemmi di
azione collettiva espressi tipicamente dalla necessità di evitare
livelli di free-riding troppo elevati legati alla sua fornitura e/o
manutenzione (Ostrom-Gardner-Walker 1994, 8-15).
Prima di considerare in dettaglio i modelli teorici sviluppati
dalla teoria dei commons, occorre porre alcune ulteriori distin-
zioni analitiche. Le risorse comuni possono essere divise in
naturali e artificiali; la differenza si pone come intuibile tra
i beni presenti spontaneamente in natura aria, acqua, minerali,
flora, fauna, ecc. e quelli prodotti dal lavoro e dalla tecnologia
umana ponti, strade, canali, internet, ecc. L'apparente sem-
plicità della definizione è, però, resa più complessa dal fatto che
spesso risorse comuni artificiali e naturali convivono e intera-
giscono nella medesima area, specie nel caso in cui le prime
siano state costruite per sfruttare le seconde. Ad esempio, un
sistema di canali di irrigazione (artificiale) nasce per trasportare
e distribuire una risorsa naturale scarsa come l'acqua. Insieme,
costituiscono un common complesso dove i problemi sul versante
dell'utilizzazione si concentrano sulla risorsa naturale (suddivi-
sione dell'acqua tra gli agricoltori interessati), mentre quelli di
fornitura e di manutenzione riguardano la risorsa artificiale
(manutenzione del canale principale e delle sue diramazioni).
Le risorse comuni naturali possono essere inoltre suddivise
in non rinnovabili e rinnovabili. Nel primo caso la quantità totale
di risorsa utilizzabile è data, la sua utilizzazione ne provoca il
deterioramento (i.e. la diminuzione delle unità estraibili) e non
esiste alcun meccanismo naturale che la riporti ai livelli iniziali.
Nel secondo esistono invece processi spontanei che conducono
alla sua parziale o totale rigenerazione in un tempo dato, sempre
che l'azione umana non interferisca con essi in modo eccessivo
e/o distruttivo.
La distinzione tra rinnovabili e non rinnovabili presenta scarso
significato in un contesto di risorse artificiali dove ogni eventuale
5 Se ad esempio un canale di irrigazione viene riparato, esso trasporterà più
acqua a favore di tutti i suoi utenti, indipendentemente dal fatto che abbiano contribuito
o no alle spese di manutenzione.
492 Giangiacomo Bravo
processo di rigenerazione è comunque opera dell'uomo (di solito
legato a pratiche di manutenzione) e dove in caso di carenza
si suppone che opportuni investimenti siano in grado di
ampliarne indefinitamente la disponibilità di utilizzazione. In tale
contesto assumono quindi maggiore importanza fattori quali le
disponibilità di capitali o la suddivisione dei carichi di lavoro
legati alla fornitura della risorsa (E. Ostrom 1990, 30-33).
3. La «tragedia dei commons»
Anche se l'analisi delle risorse comuni non nasce con Garrett
Hardin6, l'articolo del 1968 «The Tragedy of the Commons»
(1977 [1968]) costituisce tuttavia il punto di partenza del
dibattito contemporaneo sull'argomento. Hardin biologo di
formazione, specialista del problema dell'incremento demogra-
fico mondiale descrive in esso un modello che costituisce una
«metafora» della pressione data dalla crescita incontrollata della
popolazione umana sulle risorse terrestri, presentandolo quale
«tragedia della libertà in una proprietà comune» (Hardin 1977,
21). Il modello delineato è costruito a partire dall'illustrazione
di un pascolo dal libero ingresso utilizzato contemporaneamente
da più attori. Razionalmente, ciascuno di essi aumenterà il
numero dei propri animali fino a quando il prodotto marginale
di un ulteriore incremento del gregge non sarà equilibrato dal
suo costo marginale. Il cuore del problema identificato da
Hardin è costituito dalla completa internalizzazione da parte del
proprietario dei benefici prodotti dall'aggiunta di un nuovo capo
nel gregge mentre i costi rappresentati dal consumo della
risorsa sono distribuiti tra tutti gli attori che condividono il
pascolo comune. Ciascuno di essi ha quindi interesse ad
accrescere il proprio gregge al di sopra di un livello colletti-
vamente efficiente, con conseguenze anche gravi in termini di
danneggiamento (al limite di distruzione) del common.
La figura 2 propone un'illustrazione del modello di Hardin
con due partecipanti schematizzato tramite le funzioni di utilità7.
6 I precedenti storici che studiano il prevalere dell'interesse individuale sul bene
collettivo sono molteplici a partire da Aristotele fino a Hobbes o allo studioso
ottocentesco William Forster Lloyd (1977 [1833]). Trattazioni contemporanee simili per
molti versi al lavoro di Hardin sono quelle di Gordon (1954) e di Dales (1968) (E.
Ostrom 1990, 2-3).
7 La funzione di utilità qui presentata è quella proposta da Walker, Gardner, Herr
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 493
10
Ue
5
0
5
Ui
0 5 10 15 20 25 30 35 40
FIG. 2. La tragedia dei commons in un modello a due giocatori.
L'asse delle ascisse rappresenta il numero di capi accompagnato
al pascolo da ciascun pastore, mentre l'asse delle ordinate
permette di determinare il beneficio ottenibile al netto dei costi.
La linea tratteggiata disegna la funzione di utilità dell'attore che
internalizza tutti i costi da lui prodotti (Ui): in essa vengono
quindi considerati anche i danni comuni subiti dalla risorsa
all'aumentare degli animali. Nell'esempio proposto, egli limite-
rebbe il gregge nel punto in cui Ui raggiunge il suo massimo,
corrispondente a 15 capi. L'utilità misurata da Ue non tiene
conto di quella parte dei costi che, riguardando il bene comune,
vengono suddivisi tra tutti i partecipanti: in questo caso il
numero di animali che la massimizza è pari a 30. Se entrambi
gli attori sono razionali e calcolano la propria convenienza
e Ostrom (2000, 215) la cui formula è ui = axi bx i2 xi (c + kX); dove xi è il numero
di animali portati al pascolo dal pastore i; X è il numero totale di animali che utilizzano
la risorsa (in questo caso, con due attori in uno schema simmetrico, si ha X = 2xi);
a è una costante positiva che indica il guadagno per ciascun animale; b è una costante
positiva che considera la riduzione del beneficio causata dal consumo della risorsa da
parte dei soli animali del pastore i; c è una costante positiva che indica i costi legati
al pascolo direttamente sopportati da i; k è una costante positiva che collega i costi
di utilizzazione della risorsa al numero totale di animali che la utilizzano. kX rappresenta
quindi la parte esternalizzata dei costi di pascolo e la differenza tra le funzioni Ui e
Ue è data dal parametro k, posto uguale a zero nel secondo caso.
494 Giangiacomo Bravo
Pastore II
C D
C b ; b d ; a
Pastore I
D a ; d c ; c
Dove: a > b > c > d.
La strategia di equilibrio è D per entrambi i giocatori che ottengono (c ; c) un
risultato subottimale.
FIG. 3. Formalizzazione della tragedia dei commons tramite un dilemma del prigioniero
con due giocatori.
secondo Ue, il numero totale di animali sul pascolo sarà 60, un
livello che si suppone distruttivo per la risorsa in oggetto.
La formalizzazione del modello di Hardin tramite il dilemma
del prigioniero, proposta da Dawes (1973) e successivamente
ripresa da Ostrom (1990), rende esplicito il motivo per cui
ciascun pastore ha interesse a comportarsi da attore «egoista»
a scapito dei più elevati livelli di beneficio collettivo raggiun-
gibili. Ogni giocatore ha possibilità di scegliere tra due strategie:
la collaborazione (C), che consiste nel limitare il numero dei
propri animali a un livello collettivamente sostenibile, e la
defezione (D), dove il gregge può essere ampliato a piacere.
Assumendo individui razionali, la strategia dominante per ognu-
no di loro è D e l'equilibrio raggiunto è subottimale (vedi fig.
3). Seguendo il ragionamento di Hardin ogni pastore, intrap-
polato nel dilemma e quindi supponendo razionalmente che gli
altri non abbiano alcun incentivo a cooperare, continuerà ad
aumentare i propri animali fino a superare le possibilità del
pascolo e a distruggere la fonte di sostentamento comune.
Ricordando che per Hardin il modello costituisce una me-
tafora della sovrappopolazione mondiale, dove la libertà è
essenzialmente libertà di incrementare senza limiti il numero di
esseri umani presenti sulla Terra, egli conclude in maniera
pessimistica:
Ogni individuo è costretto in un sistema che lo obbliga a incre-
mentare senza limiti il proprio gregge in un mondo che è invece
limitato. In una società che crede nella libertà all'interno della proprietà
comune, ciascun uomo, perseguendo i propri interessi individuali,
corre verso la propria rovina. La libertà in una proprietà comune porta
quindi alla rovina per tutti (Hardin 1977, 20).
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 495
4. Governare i commons
L'unica soluzione offerta da Hardin al dilemma è, per
ammissione dello stesso autore, di stampo neo-hobbesiano
(Hardin 1978): un'autorità esterna che utilizzi «strumenti
coercitivi» in modo tale da costringere gli attori a compor-
tamenti in grado di innalzare il beneficio collettivo. Nono-
stante alcune cautele che si traducono nell'auspicio di una
coercizione democratica in altri termini, di forme di
restrizione della libertà da parte di un'autorità esterna che
ottenga per lo meno il consenso della maggioranza dei
partecipanti la proposta di Hardin rimanda all'incapacità
sostanziale degli attori di risolvere autonomamente i propri
problemi di gestione della risorsa comune e la necessità di
una sorta di Leviatano in grado di liberarli dalle miserie del
loro «stato di natura» (Hardin 1977, 26-29).
L'idea che esista una only way nella risoluzione dei problemi
posti dalle risorse comuni sia essa l'ipotesi statalista di Hardin
o la suddivisione e la privatizzazione della risorsa, idea di matrice
essenzialmente economica (Sinn 1984; Smith 1981) è stata però
messa in discussione da Elinor Ostrom e dai suoi collaboratori
nel corso degli anni '80 e, soprattutto, con la pubblicazione di
«Governing the Commons» (E. Ostrom 1990). In esso viene
rilevato che, tanto la gestione autoritaria-centralizzata della
risorsa comune quanto la sua privatizzazione, benché utilizzabili
in determinate situazioni, non costituiscono la soluzione né sono
prive esse stesse di problemi rilevanti.
La prima necessita infatti per un suo funzionamento efficiente
della disponibilità di accurata informazione, di elevate capacità
di monitoraggio, di affidabilità del sanzionamento dei trasgres-
sori e di bassi costi amministrativi. Come appare evidente, tali
condizioni non sempre possono essere rispettate (E. Ostrom
1990, 8-11). La seconda pur eliminando alla radice le necessità
di azione collettiva tra i suoi utilizzatori, che vengono trasformati
in proprietari individuali di sue parti non è in grado di
superare il problema dell'informazione rispetto alle caratteristi-
che della risorsa e riguardo agli effetti (specie se a lungo termine)
dei comportamenti adottati. Inoltre, essa non esclude (anche se
non la rende in alcun modo necessaria) la possibilità della
distruzione volontaria della risorsa nel caso di attori dagli elevati
tassi di svalutazione del tempo, che giudichino cioè conveniente
uno sfruttamento eccessivo nel breve periodo a scapito delle
496 Giangiacomo Bravo
possibilità di beneficio futuro8. Infine, molte risorse naturali sono
difficilmente privatizzabili a causa delle loro caratteristiche
fisiche, siano esse non stazionarie come banchi di pesce o
specie migratorie ovvero dalle dimensioni sovranazionali o
globali quali gli oceani o l'atmosfera. In questi casi, anche
quando specifici diritti di utilizzazione sono stabiliti, esse
tendono comunque a sfuggire a modelli di sfruttamento pura-
mente privati e continuano a mostrare rilevanti caratteri «co-
muni» residuali, quali elevate esternalità di utilizzazione e/o
difficoltà di esclusione di altri attori (E. Ostrom 1990, 12-13).
In «Governing the Commons», partendo dallo studio di casi
empirici nei quali viene mostrato come gli attori reali non siano
irrimediabilmente condannati a rimanere imprigionati nei proble-
mi di azione collettiva legati allo sfruttamento in comune di una
risorsa, è posta in discussione soprattutto l'idea che esistano dei
modelli applicabili universalmente. Al contrario, in molti casi
storici e contemporanei le singole comunità appaiono essere
riuscite a evitare i conflitti improduttivi e a raggiungere accordi su
una utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni tramite
l'elaborazione endogena di istituzioni deputate alla loro gestione9.
Nell'opera vengono sistematicamente comparate situazioni
empiriche eterogenee quali le risorse pastorali e forestali delle
aree montane di Törbel in Svizzera e di Hirano, Nagaike e
Yamanoka in Giappone, i sistemi di irrigazione spagnoli detti
Huerta e quelli filippini conosciuti come Zanjera, i problemi di
cooperazione e di competizione dello sfruttamento delle acque
di falda nell'area di Los Angeles negli Stati Uniti e l'utilizzazione
in comune di aree di pesca costiere in Turchia, Sri Lanka e
Canada. I diversi casi, differenziati per tipo di risorsa, grado
di sviluppo economico delle aree di appartenenza e modalità
di utilizzazione del common, hanno in comune l'aver sviluppato
autonomamente istituzioni in grado di superare, sia pure con
modalità e successo variabili, l'«insolubile» problema posto da
Hardin, mostrando così empiricamente la possibilità (anche se
8 La questione è trattata in modo specifico da Daniel Fife (1977) tramite il concetto
di gestione irresponsabile della risorsa. L'autore mostra come esistano condizioni legate
alle aspettative di guadagno, ai tassi di interesse ricavabili con investimenti in campi
diversi del capitale ottenuto dalla risorsa e alle prospettive di utilizzazione futura in
cui la sua distruzione nel breve periodo è economicamente razionale.
9 Non a caso il sottotitolo del volume è «The Evolution of Institutions for Collective
Action».
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 497
Pastore II
C D
C b ; b d ; a
Pastore I
D a ;d c ; c
Dove: a > b > c > d.
FIG. 4. Effetti della presenza di un'istituzione nel modello di Hardin con due giocatori.
non l'inevitabilità) di una gestione endogena delle risorse comuni
(E. Ostrom 1990).
La domanda conseguente riguarda le cause della debolezza
del modello teorico proposto da Hardin. In effetti, esso è
incompleto, non tiene conto del fatto che gli attori possono
impegnarsi a seguire una strategia collaborativa e, per rendere
credibile il loro impegno, costruire un'istituzione10 in grado di
monitorare e di sanzionare i trasgressori delle regole da loro
stessi formulate.
La figura 4 presenta gli effetti dell'introduzione di un'istitu-
zione nel modello di Hardin. Lo schema qui semplificato per
fini esplicativi non tiene conto dei costi di monitoraggio e
di sanzionamento né della probabilità di rilevare effettivamente
la trasgressione11. L'effetto della sanzione, che può essere tanto
sul piano formale quanto su quello informale e si suppone qui
applicata ogni volta che un attore viene meno al suo impegno
di cooperazione, è formalizzato tramite un delta che modifica
i risultati ottenibili in caso di defezione. È intuibile che se il
delta è sufficientemente elevato da soddisfare contemporanea-
mente le condizioni > a b e > c d, la strategia dominante
diventa C per entrambi i giocatori e lo sfruttamento della risorsa
può essere sostenibile.
L'uso dei delta per introdurre l'effetto di elementi normativi
nell'analisi dell'azione di attori orientati strumentalmente e in
grado di pesare le diverse alternative alla luce dei risultati
10 In questo contesto, il termine «istituzione» è usato nel significato dato da North
(1986) di «regole del gioco della società». Con esso si intendono quindi essenzialmente
norme, regole e strumenti di monitoraggio e sanzionamento in grado di sostenerle.
11 In molti casi empirici, la possibilità di mutuo controllo tra gli utilizzatori della
risorsa e l'applicazione di sanzioni da parte di membri della stessa comunità rende
peraltro questi costi estremamente contenuti.
498 Giangiacomo Bravo
ottenibili, ma non miopi «egoisti razionali»12, permette di
descrivere, all'interno di una struttura teorica formalizzata, il
comportamento di individui che considerano anche costi e
benefici non necessariamente materiali. Ad esempio, quelli
provocati dal rispetto o dalla violazione sia di regole sostenute
da meccanismi sociali di controllo e di punizione, sia di norme
di comportamento interiorizzate capaci di modificare la valu-
tazione soggettiva dei payoff ottenibili (Crawford e Ostrom 1995,
587-589; E. Ostrom 1998, 9-10).
I pastori che utilizzano una risorsa comune per i loro animali
in una situazione dove esiste un'istituzione deputata al controllo
della gestione del pascolo comune non sono più costretti a
giocare un dilemma del prigioniero l'uno contro l'altro, ma,
grazie alla possibilità di accordarsi su livelli sostenibili di
sfruttamento e di controllare le eventuali trasgressioni, si trovano
di fronte a un diverso tipo di problema all'interno del quale
le strategie cooperative sono possibili. Che questo non sia solo
un modello teorico anche all'interno dell'esempio della pastorizia
è testimoniato tra gli altri dai lavori di Netting (1981) sul
villaggio svizzero di Törbel, così come dagli innumerevoli
«regolamenti di alpeggio» esistenti nella tradizione della maggior
parte dei pascoli comuni delle Alpi, regolamenti che hanno
permesso l'utilizzazione razionale e sostenibile per secoli di tali
commons (Burns 1961; Sibilla 1991; Sibilla e Viazzo 1995; Bravo
2000, 125-157; Casari 2000).
5. Fattori critici
Come il «Leviatano» e la «Privatizzazione» (in altri termini,
lo stato e il mercato) non necessariamente garantiscono la risorsa
dalle azioni miopi dei suoi utilizzatori, così la soluzione «co-
munitaria», cioè lo sviluppo di istituzioni endogene per gestire
il common, non rappresenta la soluzione al contrasto tra interessi
individuali e benessere collettivo posto dal dilemma di Hardin.
12 Con il termine «egoista razionale» Ostrom intende il modello di attore comu-
nemente utilizzato nell'analisi economica. Pur non negando l'utilità della sua assunzione
in determinati casi, ad esempio nello studio di mercati altamente competitivi, ad esso
vengono affiancati altri tipi di «giocatori» in grado di prendere in considerazione l'effetto
di norme (norm-using players) per migliorare l'analisi di situazioni caratterizzate da
problemi di azione collettiva (E. Ostrom 2000a).
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 499
Se la ricerca empirica ha messo in evidenza che è possibile che
gli utilizzatori di una risorsa comune si accordino per sfruttarla
in modo sostenibile, essa ha altresì mostrato come ciò non
avvenga in tutti i casi e, comunque, con gradi diversi di successo.
Le comunità di utilizzatori hanno mostrato sul campo di
essere in grado di poter realizzare a determinate condizioni un
processo di innovazione istituzionale i cui effetti si traducono
in maggiori incentivi in direzione di un uso durevole nel tempo
della risorsa comune. Per ottenere tale risultato, esse devono
raggiungere un accordo su un insieme di regole di comporta-
mento riguardo prelievi (appropriation problem) e contributi
(provision problem) rispetto alla risorsa nonché elaborare sistemi
di monitoraggio e di sanzionamento per controllare i trasgressori.
Nella maggior parte dei casi, il percorso da affrontare è
complesso, improbabile da sviluppare in tempi brevi, e rappre-
senta un lungo cammino di adattamento al contesto ambientale
e sociale in cui si svolge l'azione degli attori in oggetto. Di
conseguenza, un processo incrementale di costruzione istituzio-
nale, condotto nel tempo attraverso successivi tentativi, errori
e correzioni di rotta, tende ad aumentare le possibilità di
raggiungere un equilibrio sostenibile nella gestione di risorse
comuni (E. Ostrom 1990, 139-142 e 185-216). Non tutte le
comunità riescono comunque a superare i costi di transazione
e gli altri ostacoli posti dallo sfruttamento in comune della
risorsa. In questi casi non viene raggiunto alcun accordo (oppure
le istituzioni create si rivelano fragili e/o inefficienti) e le
condizioni empiriche tendono ad approssimare le predizioni del
modello di Hardin.
Avendo però le ricerche empiriche dimostrato contro le
predizioni teoriche precedenti che le comunità possono risol-
vere i propri dilemmi sociali anche senza ricorrere ad autorità
esterne o senza snaturare il carattere collettivo della risorsa, è
possibile spostare il focus dell'analisi verso lo studio delle
condizioni in grado di favorire o meno tale processo. I modelli
elaborati dalla teoria dei commons offrono un quadro di
interazione tra un livello micro dato dagli individui e uno macro
costituito dalle istituzioni e dai fattori socio-economici dei gruppi
di appartenenza. Gli attori sono influenzati nella loro azione
dalle norme e dalle relazioni stabilite all'interno del loro spazio
sociale, ma nello stesso tempo non si presentano come total-
mente passivi di fronte a esse ma, almeno in qualche caso,
possono intraprendere processi di azione collettiva per modi-
500 Giangiacomo Bravo
ficarle nella ricerca di «mondi migliori». Per studiare la com-
plessità di tale sistema occorre uno strumento che permetta di
muoversi attraverso profondità di analisi differenti, focalizzando
le lenti di volta in volta alla scala appropriata a seconda del
problema affrontato13. A livello individuale è possibile ad
esempio effettuare studi sugli incentivi che influenzano l'azio-
ne, a livello di gruppo o di comunità sulle caratteristiche in grado
di favorire o meno l'azione collettiva, a livello di istituzione sugli
insiemi regolativi, i metodi di monitoraggio e di sanzionamento
che li supportano e gli outcomes generati dalla loro applicazione,
dati i partecipanti e l'ambiente fisico di riferimento.
Per far fronte a questi e ad altri problemi posti dalla ricerca
empirica, la ricerca sulla gestione di risorse comuni utilizza un
quadro concettuale coerente denominato Institutional Analysis
and Development framework (IAD framework) (Kiser e Ostrom
1982; Oakerson 1992; Ostrom-Gardner-Walker 1994, 23-50; E.
Ostrom 1986, 1999). Esso si presenta come una «mappa
concettuale a livelli multipli» (multitier conceptual map) (E.
Ostrom 1999, 8) ed è stato impiegato estensivamente sia
nell'analisi comparativa tra istituzioni sia nello studio del cam-
biamento istituzionale. Esso ha contribuito a fornire un linguag-
gio comune a ricercatori provenienti da scuole e da discipline
differenti14 e ha permesso di organizzare alcuni database riferiti
a specifici tipi di risorse comuni sistemi di irrigazione, aree
di pesca e foreste che sono stati successivamente utilizzati come
strumenti per estese ricerche comparative15.
L'IAD framework suddivide l'analisi in tre componenti prin-
cipali16. Al centro si situa l'arena di azione (action arena), mentre
a monte vengono individuati i fattori su essa influenti e a valle
il prodotto dell'interazione degli attori al suo interno (vedi fig.
5). L'arena di azione è costituita in primo luogo dagli attori,
che ciascuno con caratteristiche proprie in essa si muovono
13 L'applicazione di uno schema di analisi a diversi livelli può porre diversi problemi
teorici e metodologici, ma resta essenziale nel tentativo di connessione micro-macro.
La verifica della sua applicabilità, oltre che a contesti diversi, anche su scale differenti,
aumenta il valore aggiunto del suo impiego (vedi Gibson, Ostrom, Ahn 1998).
14 L'interdisciplinarità costituisce uno dei punti programmatici che hanno sotteso
lo sviluppo del framework.
15 Vedi, ad esempio, Agrawal 1996; Jerrells e Ostrom 1995; Lam 1998; Schlager
1994; Tang 1992.
16 Non intendo, in questa sede, operare una descrizione estesa del modello,
limitandomi a una enunciazione dei punti essenziali e rimandando alla bibliografia citata
per ulteriori approfondimenti.
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 501
Condizioni Criteri di
fisiche/materiali valutazione
Arena di azione
Luogo di azione
Modalità di
Fattori sociali interazione
Attori
Regole utilizzate
Risultati
FIG. 5. L'IAD framework, schema generale.
Fonte: E. Ostrom 1999.
e sviluppano relazioni, e quindi dallo spazio sociale di intera-
zione o luogo di azione (action situation). Sull'arena di azione
interagiscono contemporaneamente fattori di origine fisica, sociale
(inteso in senso ampio e comprendente caratteri culturali ed
economici) e normativa. I risultati dell'interazione all'interno
dell'arena di azione rappresentano il prodotto dell'applicazione
istituzionale al contesto fisico-sociale dato e la loro valutazione
dipende dai criteri utilizzati (vedi fig. 5). Ad esempio, potreb-
bero essere giudicati in base all'efficienza economica, all'ottima-
lità paretiana, seguendo concetti di equità sociale ovvero tramite
combinazioni composite di strumenti di diversa origine.
Il primo insieme di fattori influenti sull'arena di azione
comprende gli attributi fisici che formano il contesto ambientale
(naturale o artificiale) all'interno del quale si muovono gli attori
e rispetto al quale le loro azioni acquistano significato pratico.
Essi interagiscono con i tratti relativi al numero degli utilizzatori
e alle loro capacità di consumo della risorsa nel determinare i
problemi e le caratteristiche di sfruttamento. Tra i caratteri fisici
maggiormente studiati nella letteratura sui commons figurano le
condizioni della risorsa, cioè la sua «salute» rispetto ai prelievi
effettuati, le sue dimensioni, le sue variazioni naturali nel tempo
e nelle stagioni e la maggiore o minore facilità di ottenere
informazioni sul suo stato e sugli effetti dell'utilizzazione. In
estrema sintesi, è possibile affermare che quanto più le informa-
zioni e le conoscenze in possesso degli utilizzatori permettono loro
502 Giangiacomo Bravo
di ottenere un quadro preciso della risorsa comune e dei vantaggi
ottenibili attraverso la trasformazione delle modalità di prelievo
e quanto più l'effetto di tali cambiamenti è prevedibile, tanto più
la gestione autoregolata ha possibilità di successo, soprattutto in
relazione a condizioni della risorsa abbastanza serie da far temere
un suo rapido degrado, ma non così compromesse da spingere
gli attori a comportamenti di accaparramento nell'immediato, data
l'elevata probabilità di una sua distruzione nel futuro prossimo
(Schlager 1994; E. Ostrom 1990; McKean 1992; Tang 1992; Wade
1994; Baland e Platteau 1996; Gibson-Ostrom-Ahn 1998).
I fattori socio-economici analizzati all'interno dell'IAD fra-
mework includono sia attributi dei singoli utilizzatori sia veri e
propri caratteri sociali e culturali delle comunità di riferimento.
Essi comprendono tratti più specificamente economici come il
grado di dipendenza degli utilizzatori dalla risorsa o la presenza
di forti eterogeneità di proprietà o di ricchezza al loro interno
caratteri individuali e culturali la presenza di valori condivisi,
l'esistenza di una comprensione comune del problema, i tassi di
svalutazione temporale degli attori, il grado di eterogeneità etnica
e culturale e la presenza di fiducia reciproca e le strutture
relazionali della comunità di riferimento la stabilità dei membri,
l'esistenza di relazioni dirette e su piani diversi tra loro, le
aspettative di mantenimento futuro delle stesse, le possibilità di
sanzionamento dovute a mutua vulnerabilità nel lavoro quotidiano
e la presenza di esperienze organizzative precedenti. È arduo
stabilire a priori le influenze combinate di queste costellazioni di
fattori. Ciò che è emerso dalle ricerche empiriche è essenzialmente
un incremento delle possibilità di gestione sostenibile delle risorse
comuni al crescere della coesione delle relazioni sociali e un suo
decremento all'aumentare delle eterogeneità tra gli utilizzatori
(Ostrom 1990; Gibson-Ostrom-Ahn 1998; Singleton e Taylor
1992; Lam 1998; Tang 1992).
L'ultimo insieme considera i fattori istituzionali influenti
sull'arena di azione, in altri termini le regole in uso tra gli
utilizzatori di una stessa risorsa. Tipi di regole presenti e livelli
differenti di analisi vengono considerati in profondità nel
framework e una loro sia pure approssimativa sintesi appare
ardua in questa sede17. Una delle più note generalizzazioni
17 L'intero schema dell'IAD framework è presentato, oltre che in diversi articoli,
nel secondo capitolo di «Rules, Games and Common-Pool Resources» (Ostrom,
Gardner, Walker 1994, 23-50).
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 503
empiriche effettuate dalla stessa Ostrom riguarda però un'insie-
me di «princìpi costitutivi» (design principles) che i casi studiati
di gestione di successo di una risorsa comune hanno mostrato
sostanzialmente di rispettare. Essi permettono di comparare
situazioni empiriche anche molto differenziate e costituiscono
un utile strumento per l'analisi e l'interpretazione dei dati. I
princìpi costitutivi non descrivono alcuna regola particolare o
alcun particolare insieme di regole, poiché essi variano di caso
in caso per meglio adattarsi alle condizioni locali. Rilevano
piuttosto alcuni elementi e condizioni base di design che non
entrano nello specifico della normativa, ma caratterizzano la
struttura istituzionale nel suo complesso (E. Ostrom 1990, 88-
102):
1. Confini chiaramente definiti.
I confini fisici ed ecologici della risorsa comune devono essere
definiti con precisione, così come gli individui in possesso del
diritto di sfruttarla. Ne deriva la necessità dell'introduzione di
un meccanismo di esclusione dalla sua utilizzazione e della
conseguente determinazione di un gruppo di «proprietari».
2. Congruenza tra le regole di sfruttamento e di mantenimen-
to e le condizioni locali.
Le regole devono riflettere gli attributi specifici della risorsa
sia per quanto riguarda lo sfruttamento (dimensioni del prelievo,
tecnologie utilizzabili, restrizioni temporali, ecc.) sia per quanto
riguarda il mantenimento (tipo di lavoro necessario, materiali,
ecc.).
3. Disposizioni di scelta collettiva.
È importante che gli individui interessati dall'applicazione
delle regole operative siano in grado di partecipare alla defi-
nizione delle stesse. Sono infatti i diretti interessati all'interazione
con la risorsa e possiedono il corpus di conoscenze pratiche
necessarie per adattare al meglio le disposizioni alle condizioni
reali del sistema.
4. Monitoraggio.
Coloro che controllano il rispetto delle regole devono essere
responsabili di fronte al gruppo degli utilizzatori o far parte del
gruppo stesso. La responsabilità di fronte al gruppo è fondamen-
tale poiché, in sua assenza, il problema della supervisione del
controllore non è risolvibile se non facendo riferimento a un'autorità
esterna. Molte delle risorse comuni gestite con successo sono
strutturate in modo tale che il monitoraggio sia presente come
sottoprodotto naturale del loro uso (ad esempio, tramite il
504 Giangiacomo Bravo
controllo reciproco tra gli utilizzatori), riducendo così quasi a zero
i costi relativi.
5. Sanzionamento progressivo.
È necessaria l'esistenza di sanzioni, variabili a seconda della
gravità della violazione, imputabili al trasgressore da parte del
controllore e/o da parte degli altri membri del gruppo. Le
sanzioni sono indispensabili per garantire un credibile impegno
del rispetto delle regole da parte degli utilizzatori. La loro
progressione è utile nella distinzione tra violazioni occasionali
più o meno involontarie, di lieve entità e che non provocano
danni gravi alla risorsa, e trasgressioni sistematiche in grado di
mettere in pericolo le basi stesse delle relazioni di fiducia e di
reciprocità tra gli utilizzatori.
6. Meccanismi di risoluzione dei conflitti.
Poiché un certo grado di ambiguità delle regole è inevitabile,
la presenza di un qualche tipo di meccanismo in grado di
giudicare con costi ridotti che cosa costituisca un'infrazione è
indispensabile per evitare la nascita di conflitti disgreganti
all'interno del gruppo degli utilizzatori.
7. Minimo riconoscimento del diritto di auto-organizzarsi.
Non devono esserci autorità esterne interessate a negare al
gruppo di utilizzatori il diritto di auto-organizzarsi. Una situa-
zione ancora migliore richiede che esse offrano una legittima-
zione ufficiale alle regole da esso stabilite.
8. Attività organizzate su diversi livelli.
Nel caso di risorse vaste e complesse o facenti parte di sistemi
più estesi, è opportuno che tutte le attività legate allo sfrutta-
mento, al mantenimento, al monitoraggio, al sanzionamento e
alla risoluzione di conflitti siano strutturate su livelli molteplici
e successivi, in modo che ciascun problema possa essere
affrontato alla scala più opportuna. I diversi sistemi di regole
dovranno comunque essere coerenti tra loro e, possibilmente,
organizzati in base a criteri di sussidiarietà.
Le istituzioni che rispettano i princìpi enunciati hanno
mostrato un significativo incremento delle probabilità di suc-
cesso nella gestione di risorse comuni. Essi non costituiscono
tuttavia una condizione necessaria né sufficiente. Fattori di altra
natura possono infatti intervenire a sostenere istituzioni fragili
o viceversa portare alla rovina il sistema meglio progettato. Ciò
nonostante, i «princìpi costitutivi» rappresentano uno strumento
utile tanto per l'analisi scientifica di casi empirici quanto per
l'elaborazione di policies mirate.
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 505
6. Lo sviluppo della ricerca
Se i risultati teorici raggiunti hanno interesse rilevante, non
è possibile ignorare che la letteratura sulle risorse comuni,
cresciuta quasi esponenzialmente negli ultimi dieci anni, ha avuto
uno sviluppo prevalentemente empirico. Due tratti la caratte-
rizzano. In primo luogo essa è fortemente interdisciplinare,
grazie al contributo di scienziati politici, economisti, antropologi
e sociologi, ma anche di agronomi, biologi e altri ricercatori
legati alle scienze naturali nonché di operatori degli enti
nazionali e internazionali per lo sviluppo e delle Organizzazioni
non governative. In secondo luogo, è opera di ricercatori di
diversa origine geografica18, con una forte presenza, accanto ai
nord-americani, di attori provenienti dai paesi meno sviluppati.
In quest'ambito è, anzi, proprio l'Europa a svolgere un ruolo
secondario con una crescita di interesse per il tema delle risorse
comuni piuttosto lenta e, in un certo senso, dipendente dal
lavoro effettuato altrove.
A prescindere dalla provenienza geografica e disciplinare dei
ricercatori, i più recenti studi bibliografici mostrano l'esistenza di
oltre 22.000 opere sull'argomento inclusi volumi, articoli e papers
presentati a conferenze. Esse possono essere suddivise in 14
tematiche che, insieme riassumono l'intero spettro degli interessi
legati allo studio dei commons (Hess 1999) (vedi tab. 1).
Uno dei principali limiti riguardo la ricerca empirica nell'am-
bito delle risorse comuni è stato l'aver studiato soprattutto risorse
«tradizionali» legate all'agricoltura, alla pastorizia, allo sfrut-
tamento delle foreste e all'utilizzazione delle aree di pesca e
su piccola scala, privilegiandole sia nei confronti dei commons
presenti nella vita quotidiana dei paesi più sviluppati, sia rispetto
ai tentativi di accrescere la scala dei campi di indagine. Se i
limiti in questa seconda direzione possono essere facilmente
comprensibili alla luce delle difficoltà che la teoria trova nel
confronto con risorse su scala maggiore (con la parziale eccezione
dei commons globali)19, il concentrarsi su risorse comuni di tipo
tradizionale è spiegabile soprattutto nei termini degli interessi
di studio legati allo sviluppo dei paesi del Sud del mondo
e della stessa provenienza geografica di molti ricercatori.
18 All'ultima conferenza tenuta dall'International Association for the Study of
Common Property (IASCP 2000, Bloomington, IN, 31 maggio-4 giugno, 2000) erano
presenti oltre 550 partecipanti provenienti da 53 paesi diversi.
19 Vedi tabella 1.
506 Giangiacomo Bravo
TAB. 1. Ambiti della letteratura sulle risorse comuni
1. Agricoltura (2.254 contributi)*. Include l'insieme dei contributi relativi a temi rurali:
produzione, sviluppo, conservazione e gestione delle terre, partecipazione degli agri-
coltori, ecc.
2. Aree di pesca (2.841 contributi). Comprende la gestione delle aree di pesca costiere,
oceaniche o interne nonché lo sfruttamento di altre risorse acquatiche e l'acquacoltura.
3. Risorse forestali (5.624 contributi). Vengono trattati i temi legati alla coltura, allo
sfruttamento e al mantenimento di aree boschive e forestali.
4. Risorse generali e multiformi (1.884 contributi). Comprende da un lato risorse in senso
lato quali biodiversità, ambiente, ecc., oltre che ricerche sulle politiche per l'ambiente
e per la sua gestione; dall'altro studi su risorse la cui utilizzazione è multiforme.
5. Commons globali (981 contributi). Sono risorse a livello planetario o, comunque,
sovranazionale. Include temi quali il deterioramento della fascia di ozono, il riscalda-
mento globale, gli oceani, la gestione delle regioni artiche, ecc.
6. Aree di pascolo (956 contributi). Include l'insieme delle risorse utilizzate nell'ambito
della pastorizia stanziale, nomade e seminomade.
7. Risorse storiche (857 contributi). Raggruppa i paper di ricerca storica sul tema delle RC.
8. Risorse legate all'informazione e alla conoscenza (154 contributi). Comprende studi
diversificati, dai problemi di proprietà delle opere di ingegno alla conservazione delle
conoscenze locali e indigene. Una importante sottosezione è dedicata a internet e ai
cosiddetti commons virtuali.
9. Proprietà e utilizzazione del territorio (1.915 contributi). Riguarda soprattutto la
definizione dei diritti di proprietà e di utilizzazione della terra.
10. Risorse non-tradizionali (130 contributi). Include un ampio spettro di RC e di beni
di club moderni: frequenze radio, corridoi aerei, gestione di risorse di interesse turistico,
ecc.
11. Organizzazione sociale, comunitaria e di villaggio (2.407 contributi). Raggruppa gli
studi sulle caratteristiche sociali, sulle capacità auto-organizzative delle comunità locali
e sui loro effetti rispetto alla gestione sostenibile di RC.
12. Commons urbani (60 contributi). Parcheggi, complessi di appartamenti, condomini,
aree industriali, gestione dei rifiuti e altre risorse utilizzate in ambito urbano.
13. Gestione delle acque (2.869 contributi). Include sia lo sfruttamento di fiumi e di
sorgenti per l'irrigazione, l'industria, la produzione di energia, ecc., sia la più generale
gestione delle acque e la loro depurazione.
14. Fauna e flora selvatica (504 contributi). Conservazione, difesa e sfruttamento
dell'insieme biotico terrestre, soprattutto su scala regionale o locale.
Un quindicesimo raggruppamento citato in Hess (1999) include le opere teoriche e
sperimentali sull'argomento delle RC (3.090 contributi).
* L'indicazione rispetto ai temi e al numero di contributi è tratta da Hess (1999).
Poiché la materia è in continua evoluzione tanto gli ambiti quanto i dati (aggiornati
al 1999) verranno sicuramente superati già nel prossimo futuro. Inoltre, poiché una
medesima opera può rientrare in più sezioni che non sono mutuamente esclusive, ne
risulta che il totale ottenuto sommando i riferimenti descritti nella tavola è superiore
ai 22.000 items citati.
Fonte: Hess (1999).
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 507
Ciò nonostante, i nuovi commons (e i commons urbani, in
particolare) costituiscono un ambito di sicuro interesse sia
teorico sia rispetto alle applicazioni di ricerca empirica e di
policy. Problemi quali parcheggi, uso delle infrastrutture stradali,
gestione delle acque per uso domestico e industriale, fenomeni
di inquinamento localizzato dell'atmosfera, organizzazione dello
smaltimento dei rifiuti, rappresentano altrettanti temi di «attua-
lità» nelle società più sviluppate che offrono opportunità di
analisi e di modellizzazione ancora poco sfruttate.
7. Quali sviluppi per la teoria dei commons?
Il percorso seguito nel paper che riflette quello compiuto
dalla letteratura teorica sui commons ha preso il via con il
modello dei pastori di Hardin nel quale gli attori, razionali
ed egoisticamente motivati non sono in grado di trovare
soluzioni cooperative al dilemma posto dalla gestione di una
risorsa comune per giungere, prima con l'introduzione del solo
effetto di istituzioni e poi con l'analisi di ulteriori fattori agenti
sull'arena di azione, allo schema dato dall'IAD framework.
Complicando il disegno iniziale con l'introduzione di elementi
fisici, sociali e istituzionali, è stato possibile osservare come
in determinate situazioni gli attori trovino incentivi in direzione
di azioni cooperative tali da superare i problemi di azione
collettiva e riuscire a gestire autonomamente e in maniera
sostenibile le proprie risorse. L'approfondimento dell'analisi dei
fattori in grado di influire sul raggiungimento di tale risultato
rappresenta quindi una sfida per la ricerca nei prossimi anni
tanto sul versante empirico quanto su quello teorico.
Se lo sviluppo della «teoria dei commons» è iniziato empi-
ricamente grazie allo studio di risorse su scala relativamente
ristretta, alcuni dei risultati ottenuti hanno dimostrato una buona
tenuta anche all'aumentare del numero di attori coinvolti,
all'estendersi degli spazi geografici considerati e al ridursi delle
possibilità di comunicazione tra gli utilizzatori (Gibson-Ostrom-
Ahn 1998, 59). Non a caso uno degli ambiti più significativi
oggi studiati riguarda i cosiddetti commons globali, soprattutto
oceanici, atmosferici e legati a fattori quali i cambiamenti
climatici dovuti all'azione antropica. L'applicazione dei modelli
esposti ha qui particolare interesse anche a causa dell'impos-
sibilità di appellarsi a (inesistenti) autorità esterne nonché di
508 Giangiacomo Bravo
ricorrere a ipotesi di privatizzazione. Rimane da rilevare come
gli attori realmente implicati nella contrattazione su misure
«globali» siano di fatto in numero fisicamente limitato, anche
se in rappresentanza della maggior parte delle nazioni terrestri.
Di conseguenza, l'approccio metodologico prevalentemente micro
adottato non trova sostanziali difficoltà all'applicazione su questa
scala, mentre limiti più evidenti possono essere riscontrati nelle
analisi a livello intermedio regionale, sub-nazionale o nazionale
dove gli attori rilevanti aumentano fortemente di numero. In
questi casi si osserva purtroppo spesso una perdita di accuratezza
teorica che si traduce perlopiù in generiche analisi di policies
e della loro genesi.
Sviluppi in grado di favorire il superamento dell'impasse
potrebbero provenire dall'apertura verso ambiti teorici diversi
quali l'ecological economics (Costanza 1991) e la crescente
letteratura sui modelli e gli indicatori di sostenibilità (Ayres
2000; Odum 1992 e 1996; Wackernagel e Rees 1996), che ben
potrebbero integrarsi quali variabili dipendenti all'interno di
analisi empiriche comparative di gestione di risorse comuni su
scala regionale o nazionale.
Un ulteriore limite raggiunto dalla teoria dei commons riguar-
da il suo versante sociologico e antropologico. Il focus sugli
aspetti istituzionali del problema e sull'interazione tra attori e
istituzioni ha portato in molti casi i ricercatori a perdere di vista
la relazione tra società e istituzioni nell'influenzare i risultati
finali. L'introduzione nel modello di un maggior numero di
variabili orientate in questa direzione non altererebbe peraltro
l'impianto di fondamentale individualismo metodologico del-
l'analisi, soprattutto se applicata nei termini di influenze macro-
micro-macro, come proposto da Coleman attraverso il suo noto
schema «metateorico» di interazione tra i due livelli (Coleman
1990, 5-23). Passi nella direzione di una maggiore considerazione
di fattori di origine sociale nell'analisi delle risorse comuni sono
stati comunque effettuati negli ultimi anni sia all'interno del-
l'IAD framework (che incorpora peraltro fin dall'inizio quelli che
vengono indicati quali fattori sociali o «attributi della comuni-
tà»), sia grazie all'utilizzazione del concetto di capitale sociale
che lo stesso Coleman (1990, 300-321) ha contribuito a svilup-
pare (Bertolini e Bravo, 2001; Dasgupta e Serageldin 1999;
Krishna 1999; E. Ostrom 1995).
Nonostante i limiti rilevati, il quadro teorico presentato
possiede interesse e ulteriori possibilità di sviluppo, alcune
Dai pascoli a internet. La teoria delle risorse comuni 509
portate avanti da Ostrom come l'introduzione nell'analisi
teorica di modelli di attori diversi in prospettiva evolutiva
(Ostrom 2000a) altre dai sempre più numerosi ricercatori che
affrontano l'argomento sul versante empirico e su quello teorico.
Anche sulla spinta dell'attualità di temi quali il riscaldamento
globale, la depauperazione di ecosistemi unici o la perdita di
biodiversità, nuovi studi basati sull'impostazione teorica presen-
tata vengono intrapresi nel mondo, resta da sperare che anche
in Europa e in Italia cresca l'interesse per la materia e che venga
recuperato almeno in parte lo svantaggio accumulato negli ultimi
decenni.
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512 Giangiacomo Bravo
Summary: Following Ostrom's definition, the concept of common-pool resources
refers to subtractable nat